Donne e motori? Gioie e basta

Debora Ghietti & Andrea Rapaccini 

Settembre 2026

RITA PAPARELLA

Ingegnere nucleare, PhD in fisica delle particelle. Giornalista pubblicista e consulente tecnico in progetti industriali di innovazione e R&D

Se è la tua prima volta qui, benvenuta/benvenuto!  

Con il progetto Donne e Motori? Gioie e basta Il Museo Fratelli Cozzi ribalta gli stereotipi: 20 donne, 20 storie di forza catturate dall’obiettivo di Camilla Albertini. La quarta edizione compie un passo oltre. Ogni testimonial sceglie il suo alleato al maschile: chi sostiene davvero la parità nel proprio percorso professionale. Il dettaglio che colpisce? Non tutte lo hanno ancora trovato. 

La parità non è una battaglia solitaria. È una responsabilità condivisa che ridefinisce il progresso di tutti. 

Segui questo viaggio tra presenze e attese. Alcune storie ti sorprenderanno. 

Debora Ghietti durante un momento di lavoro

Andrea Rapaccini con il cartello #HeForShe

Debora Ghietti

La parità di genere senza scorciatoie, su lavoro, potere, stereotipi, violenza e responsabilità. Alla guida di Una Nessuna Centomila porta avanti una visione concreta, fatta di competenza, alleanze e leadership condivisa.

Andrea Rapaccini

Ha visto da vicino quanto i meccanismi di selezione possano penalizzare il talento femminile e ha scelto di intervenire. La parità vista come una condizione per costruire organizzazioni più forti.

Debora Ghietti: cambiare davvero significa costruire
alleanze

Segretaria Generale Fondazione Una Nessuna Centomila

Origini e scintilla iniziale: scegliere dove portare le proprie competenze

Prima l’azienda, il marketing, la comunicazione. Un ambiente che a Debora Ghietti lasciametodo, organizzazione, attenzione ai risultati. Poi una domanda: per quale obiettivo utilizzarequelle competenze?

«Sentivo il bisogno che il mio lavoro producesse non soltanto valore economico, ma anche un impatto sociale concreto». Il passaggio al non profit nasce qui e diventa quello che lei stessa definisce «il vero spartiacque» della propria carriera. Non c’è però l’idea che la motivazione, da sola, sia sufficiente, anzi, entrare in un ambito complesso come quello dei diritti delle donne e del contrasto alla violenza significa assumersi la responsabilità di studiare, specializzarsi, capire come mettere strumenti manageriali al servizio di un obiettivo sociale senza perdere né rigore né efficacia.

Nel tempo il lavoro di Debora si sposta sempre più verso fundraising, sviluppo delle organizzazioni e filantropia strategica. Non soltanto raccogliere risorse, quindi, ma creare connessioni tra persone, competenze, capitali, istituzioni e imprese. In filigrana rimane unaconvinzione che attraversa tutta la sua esperienza professionale, ossia che i diritti non possano essere considerati definitivamente conquistati e la loro tutela richieda continuità.

Sfide e stereotipi di genere: il divario tra le regole scritte e ciò che accade davvero

Sulla parità di genere Debora non offre una lettura consolatoria. Riconosce i progressi compiuti da molte aziende, ma individua con precisione il punto in cui spesso il cambiamento rallenta. Tra una policy ben formulata e la vita quotidiana di un’organizzazione può esserci ancora molta distanza.ù
Procedure corrette e obiettivi dichiarati non impediscono automaticamente che continuino a esistere stereotipi, differenze nei percorsi di carriera, accessi diseguali alle opportunità o modelli di leadership poco inclusivi. Per questo parla della necessità di applicare una vera «lente di genere» all’intera organizzazione, evitando che la questione resti confinata alle risorse umane, alla sostenibilità o alla comunicazione.
La stessa precisione emerge quando affronta il tema delle operatrici dei Centri Antiviolenza. Tiene a chiarire che non si tratta genericamente di un lavoro di cura, ma di una professione altamente specialistica, fondata su metodologie, esperienza, valutazione del rischio, conoscenza dei diritti e capacità di accompagnare percorsi di uscita dalla violenza.
Dietro c’è anche uno stereotipo difficile da sradicare, ossia l’idea che le donne siano «naturalmente» più portate alla cura e all’ascolto. La nostra testimonial lo riconduce invece a educazione, ruoli sociali e aspettative culturali. Un’eredità che non resta astratta, perché pesa sul tempo delle donne, sulle opportunità professionali e persino sul valore economico attribuito ad alcuni lavori.

Evento Tutte in arena – Da SX Giulia Minoli Debora Ghietti Eva Milella Lella Palladino Celeste Costantino

Valori e visione personale: l’autorevolezza non ha bisogno di occupare tutta la scena 

Nel suo modo di parlare di leadership c’è probabilmente uno degli aspetti più interessanti del suo profilo. Non nasconde di avere sperimentato ciò che molte donne conoscono bene, con la sensazione di dover dimostrare competenza e autorevolezza più a lungo prima che vengano date per acquisite.

 

«Alle donne viene spesso chiesto di essere autorevoli ma non troppo assertive, determinate ma non aggressive, empatiche ma senza apparire fragili». Un equilibrio che agli uomini continua a essere richiesto molto meno.
Con il tempo, però, ha smesso di misurarsi su modelli costruiti da altri. La sua idea di leadership resta esigente, soprattutto sulla competenza e sull’assunzione di responsabilità, ma non coincide con l’accentramento. «Non credo che chi coordina una squadra debba necessariamente essere la persona che sa tutto o che parla più forte».
È significativo che, raccontando il lavoro della Fondazione Una Nessuna Centomila, Debora nomini le fondatrici Giulia Minoli, Celeste Costantino e Lella Palladino e poi le professioniste con cui lavora ogni giorno, Delia Saffioti, Eva Milella e Noemi Caputo. Il risultato non viene mai presentato come individuale, e anche quando il ruolo comporta una responsabilità precisa, il merito rimane plurale.

 

La stessa impostazione spiega perché continui a formarsi. «Più aumenta la responsabilità, più aumenta il dovere di continuare a studiare». Una frase che dice molto del modo in cui interpreta l’autorevolezza, come qualcosa che va continuamente alimentato.

Momenti di svolta e resilienza: trasformare la mobilitazione in lavoro quotidiano 

Una Nessuna Centomila nasce dalla forza straordinaria della mobilitazione di Campovolo. Il passaggio più delicato, però, viene dopo, quando si è trattato di trasformare quella spinta in una struttura capace di lavorare ogni giorno, costruendo governance, progettazione, fundraising, criteri di erogazione trasparenti, relazioni con i Centri Antiviolenza, imprese e istituzioni.
Da Segretaria Generale descrive bene la difficoltà di tenere insieme «due velocità». Da una parte la cultura e lo spettacolo, capaci di raggiungere e mobilitare moltissime persone in pochissimo tempo. Dall’altra il cambiamento sociale, che procede più lentamente e ha bisogno di continuità, competenza, ascolto.
La sua visione dello stato della parità in Italia parte proprio da questa consapevolezza. Vorrebbe un Paese in cui l’educazione sessuo-affettiva abbia uno spazio strutturale nella scuola, i Centri Antiviolenza dispongano di risorse stabili, il lavoro delle operatrici venga riconosciuto e l’autonomia economica delle donne sia considerata parte essenziale dei percorsi di uscita dalla violenza.
Soprattutto, rifiuta una parola molto usata: emergenza. «Un’emergenza è qualcosa di improvviso e straordinario. Qui siamo di fronte a un fenomeno strutturale». Se il problema è strutturale, devono esserlo anche politiche, risorse, educazione e investimenti.
Lo stesso vale per il modo in cui la violenza viene raccontata. Quella fisica è più facilmente riconoscibile, mentre quella psicologica ed economica può restare a lungo senza nome. «La violenza non comincia con il primo schiaffo». Riuscire a riconoscerla prima significa anche sottrarre terreno alla sua normalizzazione.

HeForShe: non parlare al posto delle donne, assumersi una parte del cambiamento 

Quando le viene chiesto di scegliere il proprio HeForShe, Ghietti indica Andrea Rapaccini. Lo conosce attraverso il lavoro della Fondazione e il laboratorio tematico nel quale esperte ed esperti contribuiscono a elaborare riflessioni, policy e azioni.
La motivazione chiarisce bene che cosa intenda per alleanza. Rapaccini non è scelto perché sostiene dall’esterno una causa femminile, né perché parla al posto delle donne. «È un uomo che sente che quel cambiamento riguarda anche lui e che sceglie di assumersene concretamente una parte di responsabilità».
Torna così un elemento che attraversa tutto il pensiero di Debora, il fatto che il cambiamento non si costruisca per delega e nemmeno dentro recinti separati. Servono uomini disposti a interrogarsi sui rapporti di potere, imprese capaci di rivedere il proprio modo di agire, istituzioni, scuola, cultura, Centri Antiviolenza, professioniste e professionisti che mettano in comune ciò che sanno fare.
Anche per questo, quando parla di partnership, sposta la domanda da «quanto possiamo donare?» a «quale cambiamento possiamo contribuire a rendere possibile?». È probabilmente la formula che meglio restituisce il suo approccio, costituito da obiettivi netti, strumenti concreti, molta determinazione, ma nessuna fascinazione per la figura di chi pretende di cambiare le cose da solo.

Con Andrea Balducci, crooner italiano in uno studio di registrazione

Andrea Rapaccini: il valore della differenza

Presidente MIH, Music Innovation Hub, Membro Laboratorio Tecnico Fondazione Una Nessuna Centomila 

L’incontro: una carriera che cambia direzione senza perdere il filo 

Economia alla Bocconi, il marketing in Unilever e GS, poi McKinsey, Value Partners e la nascita di MBS Consulting. Il percorso professionale di Andrea Rapaccini si sviluppa per oltre trent’anni dentro l’impresa e la consulenza direzionale, accompagnando trasformazioni organizzative e lavorando con grandi gruppi industriali, bancari, assicurativi ed energetici. A un certo punto, però, il concetto stesso di valore comincia ad allargarsi.

 

«Mi ha sempre interessato qualcosa che fosse in grado di creare valore condiviso e non solo per gli azionisti». Da qui l’interesse per il social business, per le società benefit, per l’impresa sociale e per forme economiche nelle quali sostenibilità e risultato non siano necessariamente in contraddizione. Nel 2018 questa ricerca approda a Music Innovation Hub, impresa sociale in forma di S.p.A. che Rapaccini contribuisce a fondare e di cui è Presidente.

 

La musica diventa un campo di sperimentazione particolarmente fertile perché tiene insieme industria, cultura e capacità di influenzare comportamenti. Durante il Covid, quando il settore si ferma, Music Innovation Hub costruisce in pochi mesi due fondi che raccolgono sei milioni di euro per i lavoratori dello spettacolo. Negli stessi anni cresce il lavoro sulla responsabilità sociale degli artisti e sull’impatto che possono avere sui più giovani.

 

È in questo contesto che Rapaccini incontra Giulia Minoli e il mondo di Una Nessuna Centomila. La collaborazione nasce quasi come conseguenza naturale di un percorso già orientato in quella direzione: «Non potevamo non essere partner». La violenza di genere entra così in un ragionamento che, nel suo caso, parte dall’organizzazione del lavoro e arriva alla cultura, all’educazione e alla responsabilità di chi dispone di visibilità e potere di influenza.

Con Alberto Camerini, artista e Giovanni Campolo, operatore di private equity ad una partita di calcetto

Con Kikka Ricchio, discografica e organizzatrice di mostre d’arte, ora nel Cda di Music Innovation Hub

La riflessione: quando il problema è dentro i meccanismi ordinari 

Rapaccini non considera la parità un capitolo separato della gestione aziendale. «La gender equality è il tema vero», dice, definendo la violenza di genere la punta dell’iceberg di qualcosa che comincia molto prima, nell’educazione, negli stereotipi e nel modo in cui uomini e donne vengono valutati.

 

Lo ha osservato anche nella propria esperienza. Alla guida della società di consulenza si accorge che le selezioni producono uno squilibrio evidente in qu vengono assunti soprattutto uomini. Una candidata percepita come fragile può essere giudicata inadatta a ritmi di lavoro molto impegnativi; una candidata forte e dotata di leadership può generare l’effetto opposto, mettendo in soggezione chi la seleziona. In entrambi i casi rischia di essere scartata.

 

Rapaccini decide allora di intervenire sul processo, introducendo un criterio che costringa i recruiter ad ampliare realmente la ricerca. Le assunzioni femminili aumentano. È un episodio che dice molto più di una dichiarazione di principio, perché mostra quanto i bias possano sopravvivere anche quando nessuno pensa consapevolmente di discriminare.

 

«Il mondo del lavoro è maschilista, inutile girarci intorno». Anche ai livelli più alti, la lunga prevalenza maschile nei consigli di amministrazione e nei ruoli apicali ha prodotto linguaggi, consuetudini e modalità relazionali che tendono a replicarsi. Rapaccini ne fa però soprattutto una questione di qualità delle decisioni: se si vuole costruire un’impresa capace di comprendere una realtà complessa, l’omogeneità diventa un limite.

Con la Famiglia di origine: Papà Giorgio, mamma Edda e le due sorelle Biancamaria e Maria Beatrice

Dal pensare al fare: persone prima delle categorie 

La diversità non acquista valore perché risponde a un obbligo di rappresentanza. Serve quando entra davvero nei processi decisionali, mette in discussione abitudini consolidate e consente di vedere ciò che un gruppo troppo omogeneo rischia di non cogliere.

 

«Un’organizzazione mista è più forte, resiliente e capace di competere rispetto ad una organizzazione prettamente maschile». Sbagliatissimo sarebbe credere che si tratti di favorire una persona in quanto donna, qui il principio è impedire che il talento venga escluso prima ancora di poter essere valutato. È una distinzione sulla quale Rapaccini insiste anche ricordando le resistenze incontrate quando intervenne sui sistemi di selezione: non si trattava di assumere una donna meno preparata di un uomo, bensì di fare in modo che una donna altrettanto preparata avesse realmente la possibilità di arrivare alla selezione.

 

Questa attenzione si è trasferita anche nella musica. Il Presidente di MIH descrive il settore come ancora molto chiuso nei confronti delle donne, in particolare nel management e nella discografia. Music Innovation Hub ha lavorato sul bilanciamento di genere e sull’inclusione, ma il suo interesse resta creare ambienti nei quali le persone possano esprimere capacità differenti senza essere costrette ad adeguarsi a un modello già definito.

 

C’è anche una componente relazionale molto presente nel suo modo di ragionare. Parlare di innovazione sociale significa, per lui, interrogarsi sugli effetti delle proprie scelte sugli altri. Lo stesso vale per gli artisti: «L’artista deve essere consapevole del suo ruolo, positivo o negativo, nei confronti dei giovanissimi». Influenza, autorevolezza e notorietà portano con sé una responsabilità. Vale su un palco, ma anche in un consiglio di amministrazione o davanti a una persona cui si sta decidendo se dare un’opportunità.
HeForShe, il motore dell’alleanza 

La scelta di Debora Ghietti di indicare Andrea Rapaccini come proprio HeForShe si legge soprattutto dentro questo percorso. L’adesione al tema della parità di genere è espressione del fatto che Rapaccini abbia incontrato più volte, nella propria vita professionale, situazioni nelle quali uno squilibrio poteva essere ignorato oppure affrontato.

 

Ha cambiato un meccanismo di selezione quando ne ha riconosciuto i limiti, ha portato la questione della presenza femminile dentro un settore ancora molto segnato da assetti maschili, ha collaborato con Una Nessuna Centomila e continua a sostenere che la capacità di includere prospettive diverse non riguardi soltanto chi rischia di essere escluso.

 

«Secondo me non è una questione delle donne, ma di performance e benessere complessivo della società e dell’economia». È forse qui che il suo pensiero si avvicina maggiormente al significato di HeForShe. L’alleanza non come gesto di cortesia verso una causa altrui, ma come riconoscimento del fatto che una società che utilizzi soltanto una parte delle proprie competenze funzioni peggio.

 

Andrea non parla di donne come categoria da proteggere. Parla di organizzazioni migliori, di capacità differenti che devono poter convivere, di persone da mettere nelle condizioni di esprimersi. Anche la scelta di Debora sembra trovare il proprio senso in questa disposizione concreta a condividere responsabilità, spazio e capacità decisionale, senza trasformare il sostegno alla parità in una posizione da esibire.

Vuoi ospitare la mostra? Ecco le info utili!

La mostra “Donne e Motori? Gioie e basta” è stata ideata per essere itinerante e per questo, come nelle precedenti edizioni, gli scatti sono stati stampati in due copie su supporti ultraleggeri e le copie sono pronte a essere esposte nei palazzi istituzionali, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle biblioteche. 

In questo link si trovano tutte le informazioni utili ed è possibile vedere i luoghi in cui la mostra è stata ospitata. Se qualche location è stata d’ispirazione e volete ospitare la mostra, potete contattarci alla mail info@museofratellicozzi.com.  

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Camilla Albertini – foto di Paolo Carlini

CAMILLA ALBERTINI

Camilla Albertini è fotografa, videomaker, illustratrice e giornalista. Nata a Milano, si è laureata nel 2017 in fotografia presso l’Istituto Europeo di Design e conta come freelance già una lunga esperienza di lavoro in diversi ambiti: dallo still life in studio al reportage, dall’automotive al corporate, dal ritratto al food. È appassionata di disegno e di arti visive in genere. Ama viaggiare e cogliere nelle sue immagini l’essenza dei luoghi con immagini mai scontate e di ricercata emozione. Con l’occhio e il cuore sempre attenti alle tematiche femminili, ha realizzato nel 2019 un reportage sulle donne islandesi e nel 2022, 23, 24 e 25 una mostra fotografica, in collaborazione con il Museo Fratelli Cozzi, di ritratti di donne e automobili, per scardinare gli stereotipi legati a “donne e motori”. Diverse le sue immagini e testi pubblicati nelle pagine del Corriere della sera di Milano e da riviste quali Quattroruote, Ruoteclassiche, Donna Moderna, Gardenia, il Bagno. Nel 2021, per Silvana Editoriale, ha pubblicato, con il collega Paolo Carlini, il libro fotografico “Italia Cost to Coast”.