Donne e motori? Gioie e basta

Diana Alessandra De Marchi & Aaron Pugliesi

Settembre 2026

RITA PAPARELLA

Ingegnere nucleare, PhD in fisica delle particelle. Giornalista pubblicista e consulente tecnico in progetti industriali di innovazione e R&D

Se è la tua prima volta qui, benvenuta/benvenuto!  

Con il progetto Donne e Motori? Gioie e basta Il Museo Fratelli Cozzi ribalta gli stereotipi: 20 donne, 20 storie di forza catturate dall’obiettivo di Camilla Albertini. La quarta edizione compie un passo oltre. Ogni testimonial sceglie il suo alleato al maschile: chi sostiene davvero la parità nel proprio percorso professionale. Il dettaglio che colpisce? Non tutte lo hanno ancora trovato. 

La parità non è una battaglia solitaria. È una responsabilità condivisa che ridefinisce il progresso di tutti. 

Segui questo viaggio tra presenze e attese. Alcune storie ti sorprenderanno. 

Diana Alessandra De Marchi a un convegno

Aaron Pugliesi 

Diana Alessandra De Marchi

La parità non si conquista una volta per tutte. Diana De Marchi racconta dove si nascondono ancora stereotipi e discriminazioni, anche nelle parole più innocue. Il linguaggio tradisce ciò che pensiamo, persino quando crediamo di aver già superato certi pregiudizi.

Aaron Pugliesi

Oggi ai vertici di AmCham Italy, racconta una carriera costruita tra relazioni internazionali, advocacy e inclusione. Ma soprattutto ribalta un luogo comune: la parità non è una battaglia delle donne. È un lavoro che riguarda tutti, fatto di alleanze, empatia e opportunità da aggiungere, non da sottrarre.

Diana Alessandra De Marchi: la parità comincia dalle parole che scegliamo

Presidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili, Consiglio Comunale di Milano – Consigliera delegata al Lavoro e Politiche sociali – Città Metropolitana di Milano

Origini e scintilla iniziale: scoprire che il merito non basta 

I suoi inizi delineano una persona empatica, flessibile ed aperta nei confronti delle differenti esperienze e variabili di questa nostra esistenza. La laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne all’Università degli Studi di Milano e anni di impegno come assistente ai clienti esteri, come traduttrice presso lo studio legale Marsaglia e Schneider, come assistente dell’ufficio legale di Hoechst Italia, come consulente editoriale per Edistudio e come responsabile dell’ufficio stampa per l’Ente del Turismo delle Seychelles costituiscono l’infrastruttura di base per quello che diventerà il suo tratto distintivo, nella continuità fra attività professionale e attività istituzionale. Con la maturità, infatti, comincia a lavorare su educazione, identità di genere, stereotipi, integrazione e pari opportunità molto prima di entrare nel Consiglio comunale. Diventa ricercatrice nel campo educativo, docente e responsabile dell’accoglienza dei profughi, per poi portare gli stessi temi nelle istituzioni. Negli anni più recenti il suo raggio d’azione si sposta ulteriormente verso il rapporto tra autonomia economica femminile, lavoro, welfare, formazione, nuove tecnologie e intelligenza artificiale, fino alla partecipazione del 2026 alla Commission on the Status of Women delle Nazioni Unite a New York.

 

La sua consapevolezza arriva concretamente da uno scarto improvviso tra ciò che ha sempre creduto e ciò che si trova davanti. Al CISEM, Centro Innovazione e Sperimentazione Educativa di Milano, durante un’iniziativa sulla dispersione scolastica, si imbatte nei dati e nelle storie delle ragazze che entrano sempre più numerose nelle scuole superiori ma continuano a muoversi dentro modelli costruiti prevalentemente al maschile. Fino a questo momento ha sempre pensato che, lavorando bene, donne e uomini possano ottenere il riconoscimento meritato. La realtà le mostra qualcosa di diverso.

 

«Io avevo due figlie piccole e non volevo vivessero in un mondo così». È così che il tema della parità smette di essere un argomento e diventa qualcosa di personale. Inizia a studiare, a occuparsi di educazione di genere, di orientamento, di formazione degli insegnanti. Nelle materie scientifiche vede ragazze convinte di essere meno adatte, meno pratiche, quasi naturalmente meno portate. Ma spesso la difficoltà è condivisa anche dai ragazzi, semplicemente loro la dichiarano meno. Una differenza che nasce già dal modo in cui ci si racconta capaci o incapaci.

Sfide e stereotipi di genere: quando il pregiudizio sembra normale 

Nei libri di testo De Marchi incontra stereotipi che oggi possono sembrare persino ingenui, e proprio per questo sono potenti. Nei manuali scolastici di lingua straniera capita che il bambino chieda al padre, seduto in poltrona, come risolvere un problema di matematica mentre la madre lava i piatti. Nessuna dichiarazione apertamente discriminatoria, solo una scena ordinaria che veicola il messaggio discriminatorio senza bisogno di essere spiegato.

 

Il progetto PoLiTe, Pari opportunità nei Libri di Testo, lavora su immagini, testi e parole, coinvolgendo scuole ed editori. Il linguaggio diventa uno dei cardini del percorso di Diana, perché le parole mostrano molto più di quanto pensiamo, anche nella politica. «Nel confronto politico ancora oggi trovo molto sessismo, nelle parole, nei toni, in frasi come “cosa vuoi che ne sappia lei…”». Questo approccio verbale resta poi anche nei comportamenti, nella mimica, nei modi di rivolgersi a una donna, anche quando chi lo fa è sinceramente convinto di avere superato certi schemi.

 

«Tanti episodi sono sicura siano veri ma non voluti, istintivi anche in chi in realtà non ha quelle visioni». È qui che nasce l’urgenza di continuare a parlare di linguaggio. Perché quello che diciamo tradisce spesso ciò che pensiamo prima ancora che quel pensiero diventi consapevole. «È dall’espressione del proprio io e della visione del mondo che poi prendono origine le azioni».

Valori e visione personale: prima ascoltare, poi trovare soluzioni 

L’ascolto, per Diana, non è una formula politica. Lo impara sul campo, anche nell’esperienza all’hub della Stazione Centrale di Milano durante l’arrivo dei profughi siriani.

 

Gli aiuti vengono forniti: dentifrici, spazzolini, pigiami. Poi qualcuno parla davvero con le donne ed emerge che servono assorbenti, ai quali nessuno aveva pensato prima, e creme per curare la pelle bruciata durante le traversate in mare. A questo punto cambiano anche le richieste rivolte ai donatori.

 

«Per sapere cosa serva davvero alle persone, bisogna parlarsi, non si può decidere dall’alto, bisogna creare delle relazioni». In queste parole c’è una parte importante del suo modo di amministrare, senza limitarsi a immaginare i bisogni, ma facendoli emergere, per poi costruire sartorialmente una soluzione dopo avere ascoltato chi quel problema lo vive.

 

Lo stesso metodo entra nei progetti sul lavoro e sull’inclusione. Con CLAUDIA!, per esempio, il confronto con le aziende e con lavoratrici e lavoratori modifica progressivamente il percorso iniziale. È un progetto della Città Metropolitana rivolto a imprese e organizzazioni per trasformare parità, welfare e benessere organizzativo in strumenti misurabili di gestione. L’idea non è spiegare dall’esterno che cosa debba cambiare, ma capire quali siano davvero le necessità e trovare strumenti adeguati alle diverse realtà.

Diana con la nipote

Inaugurazione Milan Latin Fest

Momenti di svolta e resilienza: occupare uno spazio che non aveva cercato 

La politica non era nei suoi programmi. Dopo avere frequentato un corso su donne, politica e istituzioni, De Marchi riceve da Bianca Beccalli la proposta di candidarsi. De Marchi inizialmente non vuole. Poi si rende conto della contraddizione: ha trascorso mesi ad ascoltare quanto sia insufficiente la rappresentanza femminile e, nel momento in cui le viene chiesto di mettersi in gioco, sta per sottrarsi.

 

Arrivano il Consiglio di Zona, la Provincia, il Consiglio comunale di Milano, la presidenza della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili e le deleghe metropolitane.

 

Essere dentro le istituzioni, però, non significa trovare automaticamente un ambiente paritario. Alla domanda se abbia mai avuto la sensazione di dover essere più preparata, autorevole o inattaccabile di un collega uomo, risponde: «Praticamente tutti i giorni».

 

E poi ci sono questioni apparentemente organizzative che raccontano bene quanto certi sistemi siano ancora costruiti attorno a un modello preciso di disponibilità. Gli orari della politica ne sono un esempio. Tempi pensati senza considerare seriamente il lavoro di cura, che dovrebbe poter riguardare allo stesso modo madri e padri. Anche qui il problema non è sempre una discriminazione dichiarata. È una struttura rimasta uguale mentre la società intorno è cambiata.



HeForShe: la parità non può essere un lavoro riservato alle donne 

Per molto tempo alle donne è stato chiesto di fare quasi tutto: diventare più consapevoli, conquistare spazio, farsi ascoltare, imparare a negoziare, denunciare le discriminazioni, dimostrare il proprio valore. È un meccanismo paradossale, perché finisce per affidare il cambiamento soprattutto a chi subisce lo squilibrio.

 

Il passaggio successivo richiede alleanze vere e non solo dichiarazioni di principio, ma uomini capaci di interrogarsi sui propri comportamenti e sul funzionamento dei contesti di cui fanno parte.

 

È in questo senso che Diana parla di Aaron Pugliesi, scelto come suo HeForShe. «Abbiamo la stessa visione del mondo, è molto generoso e si è creata una sintonia da subito». Una relazione che non dipende dalla frequenza degli incontri, ma da un terreno comune molto preciso: «scardinare ciò che impedisce alle persone di raggiungere i propri obiettivi».

 

È forse qui che torna il filo che attraversa tutta la sua storia: non perdere l’attenzione, non lasciare che la familiarità con certi temi li renda meno urgenti, continuare a notare la parola fuori posto, la competenza data per scontata in un uomo e verificata due volte in una donna, la città in cui quasi tutte le vie raccontano storie maschili, l’orario che rende più difficile partecipare a chi si occupa di qualcuno.

 

Perché anche quando le intenzioni sono buone restano automatismi, abitudini e immagini sedimentate. E se il pensiero può restare nascosto persino a chi lo possiede, il linguaggio prima o poi lo porta in superficie.

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Aaron Pugliesi: la parità è un lavoro che riguarda tutti

Head of Advocacy, Strategy Implementation & Regional Network American Chamber of Commerce In Italy  

L’incontro: la curiosità per le persone come filo conduttore 

Aaron Pugliesi ha attraversato mondi professionali molto diversi senza mai abbandonare un interesse che sembra precedere ruoli e incarichi: capire come funzionano le comunità, soprattutto quando convivono identità, abitudini e sensibilità differenti. Laureato in Relazioni Internazionali ed Economia Internazionale, dopo molti anni trascorsi all’estero è tornato a Milano nel 1999, entrando nell’impresa di famiglia e lavorando anche con istituzioni religiose. Quasi nello stesso periodo ha fondato Easy Milano, progetto editoriale rivolto alla comunità anglofona della città. Poi sono arrivati gli incarichi istituzionali: nel 2015 l’ingresso nel Council della British Chamber of Commerce for Italy, dal 2017 il ruolo di Secretary General & CEO, infine l’American Chamber of Commerce in Italy, dove oggi è Head of Advocacy, Strategy Implementation & Regional Network.
«Ognuna di queste esperienze ha rappresentato per me un tassello di questo mosaico». Il mosaico è fatto di ambienti che dall’esterno sembrano compatti e che, osservati da vicino, mostrano invece regole, fragilità e modi di stare insieme molto differenti. «Un filo conduttore è una propensione a riconoscere le caratteristiche di vari gruppi e impegnarmi nel cercare di creare una interazione costruttiva». È successo con la comunità internazionale milanese, poi con i temi della parità, dell’orientamento sessuale, della disabilità, oggi anche con il mondo dei detenuti. Più che una specializzazione, una curiosità per ciò che accade quando persone diverse devono trovare un linguaggio comune.

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La riflessione: la parità non è una faccenda femminile 

Alla British Chamber, Aaron ha iniziato a lavorare sulla Diversity & Inclusion quando il tema non aveva ancora la centralità che ha assunto negli ultimi anni. Dal progetto “Diversity is key” alla Gender Balance Campaign, fino al DE&I Action Champion Network, la questione di genere è entrata progressivamente nel suo lavoro insieme alle altre dimensioni dell’inclusione. Non, però, come un capitolo riservato alle donne.

 

«Credo che non ci sia la possibilità di affrontare un tema di questo genere senza mettere in campo tutti gli attori». Per Pugliesi la ragione è quasi elementare: «La parità di genere è forse la questione più importante di tutti gli argomenti di diversità e inclusione in quanto interessa il 100% della popolazione». Da qui nasce anche una delle immagini che usa per spiegare il limite di molte politiche sulla parità: pretendere di cambiare una scacchiera muovendo soltanto i pezzi di un colore. Se il sistema coinvolge uomini e donne, intervenire esclusivamente su una parte significa lasciare intatti molti dei meccanismi che producono lo squilibrio.

 

C’è un altro aspetto sul quale insiste: il rischio che il sostegno assuma la forma di una concessione. L’alleanza perde forza quando diventa «il problema è tuo e ti sto dando una mano». Cambia significato se il punto di partenza diventa invece: «Il problema impatta tutti direttamente o indirettamente e allora vediamo cosa possiamo fare intervenendo su tutti a favore di tutti». Non è soltanto una questione di linguaggio, ma è il passaggio da una relazione tra chi concede e chi riceve a una responsabilità condivisa.
Dal pensare al fare: aggiungere opportunità, senza creare nuove gabbie 

Durante gli anni alla guida della British Chamber, la Gender Balance Campaign ha provato a tradurre questo principio in un intervento concreto: aumentare il numero delle imprese a guida femminile all’interno della base associativa. La prevalenza di uomini alla guida delle aziende finiva inevitabilmente per riflettersi anche negli organismi decisionali. L’obiettivo non era costruire artificialmente un equilibrio nel board, ma intervenire prima, ampliando e diversificando la comunità da cui quel board sarebbe nato.

 

«Il merito della campagna non era penalizzare gli uomini per favorire le donne». È una distinzione sulla quale torna più volte: «Si deve lavorare in addizione e non in sottrazione». Vuol dire creare occasioni, accessi, relazioni e modelli senza trasformare la parità in una competizione nella quale il progresso di qualcuno viene inevitabilmente pagato da qualcun altro.

 

Lo stesso vale nel rapporto individuale. Pugliesi invita le donne a cercare figure ispirazionali anche maschili, purché quella relazione non scivoli nel paternalismo. Cita il rischio dell’uomo che diventa «fratello maggiore o genitore», finendo per condizionare proprio il percorso che vorrebbe sostenere. E mette in discussione anche un’altra aspettativa, quella secondo cui una donna, una volta entrata in un ambiente tradizionalmente maschile, debba necessariamente adeguarsi ai suoi codici. Se per essere ascoltata in un consiglio di amministrazione deve rinunciare alle proprie parole e al proprio modo di esprimersi, la presenza femminile da sola non basta.
Negli ultimi anni la sua attenzione si è allargata ancora, fino a una lettura più centrata sulla persona che sull’etichetta. «Vivere con un concetto di normalità è molto vincolante, avvilente, perché basta divergere leggermente per sentirsi insufficienti, inadatti, incompleti». Le categorie sono servite a rendere visibili differenze che per molto tempo non avevano avuto voce. Oggi, secondo Pugliesi, il passaggio verso People & Culture può consentire uno sguardo più ampio, senza cancellare ciò che la DE&I ha conquistato: ciascuno come combinazione di caratteristiche, esperienze, limiti e talenti, non come rappresentante monolitico di una categoria.
HeForShe, il motore dell’alleanza 

Con Diana De Marchi il terreno comune è stato evidente quasi subito. Si sono conosciuti durante una conferenza della British Chamber in Sala Alessi, a Milano. «Ci siamo riconosciuti e piaciuti molto per le idee che mettevamo sul tavolo». Un incontro nato attorno ai temi dell’inclusione e diventato negli anni una relazione fondata su una forte sintonia di valori.

 

Quando De Marchi lo ha scelto come suo “He” per la quarta edizione di “Donne e Motori? Gioie e basta”, Pugliesi ha accolto l’invito con sorpresa e orgoglio. «Mi ha fatto un immenso piacere». Ma nel raccontare quella scelta parla soprattutto di lei: «Diana De Marchi è una personificazione di alcuni dei valori che prediligo: onestà, determinazione, attenzione agli altri, coerenza». E aggiunge: «Quando mi ha chiesto di posare accanto a lei sono stato lusingato e fiero».

 

Forse la risposta al perché De Marchi abbia scelto proprio lui sta già nel percorso che li ha fatti incontrare. Non tanto nell’idea di un uomo chiamato a sostenere una donna, quanto in quella di due persone che riconoscono valore nella stessa direzione. Empatia, attenzione alle differenze, possibilità di esprimersi senza essere ricondotti a un modello predefinito. La parità, per Aaron, passa soprattutto da qui: smettere di pensare che valorizzare qualcuno significhi togliere spazio a qualcun altro.

Vuoi ospitare la mostra? Ecco le info utili!

La mostra “Donne e Motori? Gioie e basta” è stata ideata per essere itinerante e per questo, come nelle precedenti edizioni, gli scatti sono stati stampati in due copie su supporti ultraleggeri e le copie sono pronte a essere esposte nei palazzi istituzionali, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle biblioteche. 

In questo link si trovano tutte le informazioni utili ed è possibile vedere i luoghi in cui la mostra è stata ospitata. Se qualche location è stata d’ispirazione e volete ospitare la mostra, potete contattarci alla mail info@museofratellicozzi.com.  

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Camilla Albertini – foto di Paolo Carlini

CAMILLA ALBERTINI

Camilla Albertini è fotografa, videomaker, illustratrice e giornalista. Nata a Milano, si è laureata nel 2017 in fotografia presso l’Istituto Europeo di Design e conta come freelance già una lunga esperienza di lavoro in diversi ambiti: dallo still life in studio al reportage, dall’automotive al corporate, dal ritratto al food. È appassionata di disegno e di arti visive in genere. Ama viaggiare e cogliere nelle sue immagini l’essenza dei luoghi con immagini mai scontate e di ricercata emozione. Con l’occhio e il cuore sempre attenti alle tematiche femminili, ha realizzato nel 2019 un reportage sulle donne islandesi e nel 2022, 23, 24 e 25 una mostra fotografica, in collaborazione con il Museo Fratelli Cozzi, di ritratti di donne e automobili, per scardinare gli stereotipi legati a “donne e motori”. Diverse le sue immagini e testi pubblicati nelle pagine del Corriere della sera di Milano e da riviste quali Quattroruote, Ruoteclassiche, Donna Moderna, Gardenia, il Bagno. Nel 2021, per Silvana Editoriale, ha pubblicato, con il collega Paolo Carlini, il libro fotografico “Italia Cost to Coast”.