Donne e motori? Gioie e basta
Majidi & Tomassini: #HeForShe
Maggio 2026
RITA PAPARELLA
Ingegnere nucleare, PhD in fisica delle particelle. Giornalista pubblicista e consulente tecnico in progetti industriali di innovazione e R&D
Se è la tua prima volta qui, benvenuta/benvenuto!
Con il progetto Donne e Motori? Gioie e basta Il Museo Fratelli Cozzi ribalta gli stereotipi: 20 donne, 20 storie di forza catturate dall’obiettivo di Camilla Albertini. La quarta edizione compie un passo oltre. Ogni testimonial sceglie il suo alleato al maschile: chi sostiene davvero la parità nel proprio percorso professionale. Il dettaglio che colpisce? Non tutte lo hanno ancora trovato.
La parità non è una battaglia solitaria. È una responsabilità condivisa che ridefinisce il progresso di tutti.
Segui questo viaggio tra presenze e attese. Alcune storie ti sorprenderanno.
Darya Majidi
Corrado Tomassini con il cartello #HeForShe
Darya Majidi
Visionaria, imprenditrice, leader globale: Darya Majidi ha trasformato l’AI in uno strumento di libertà e inclusione. Dalle radici tra Iran e Italia alla guida di UN Women Italy, la sua storia sfida stereotipi e anticipa il futuro, mostrando come tecnologia ed etica possano davvero cambiare il mondo.
Corrado Tomassini
Da archeologo a vicepresidente di Havas PR, Corrado Tomassini ha costruito la sua carriera seguendo le opportunità e trasformandole in valore. La sua visione del lavoro mette al centro le persone e la diversità come risorsa reale. Convinto che la parità di genere riguardi tutti, è tra i fondatori di UN Women Italy.
Darya Majidi a bordo della Alfa Romeo *******
Darya Majidi: La donna visionaria che ha fatto dell’intelligenza artificiale uno strumento di libertàDarya Majidi:
President UN Women Italy – CEO Daxo Group – Fortune Italia Most Powerful Women 2023 – Italian/Iranian Entrepreneur Expert in AI
Origini e scintilla iniziale: quando culture diverse diventano una risorsa
Darya Majidi in una parola: visione. Nel senso letterale di capacità di vedere oltre, di anticipare quello che gli altri ancora non riescono a mettere a fuoco. Imprenditrice, presidente di UN Women Italy, fondatrice di Daxo Group, figura di spicco nel panorama internazionale dell’innovazione tecnologica, Majidi è uno di quei profili che raramente si incontrano: persone capaci di tenere insieme competenza tecnica, sensibilità etica e respiro globale, senza che nessuna delle tre prevalga sulle altre.
La sua storia comincia in un contesto che già di per sé racconta molto. «Mamma italiana d’Istria, papà iraniano… io nasco a Teheran, nell’Iran dello Scià, all’epoca molto più libero e occidentale». Un inizio segnato dall’intreccio di culture, lingue, sistemi di valori diversi. Poi arriva la rivoluzione iraniana, la famiglia lascia il paese, e si ricomincia in Italia. Per molti sarebbe un trauma da assorbire.
Per Majidi diventa una lente attraverso cui osservare il mondo con occhi multipli, capaci di cogliere sfumature che chi ha vissuto un solo contesto difficilmente percepisce. Questa pluralità di sguardi si traduce presto in una curiosità intellettuale fuori dalla norma. Al liceo, racconta, usciva dalle lezioni di matematica perché era già troppo avanti rispetto al programma. Non per supponenza, ma perché la mente correva più veloce dei libri di testo. Era il segnale di qualcosa che stava cercando la sua strada, e quella strada l’avrebbe portata, quasi inevitabilmente, verso l’intelligenza artificiale.
Una “folgorazione“, come lei stessa la definisce, che non è mai diventata semplice professione ma vera e propria vocazione. Una missione che attraversa trent’anni di carriera senza perdere intensità.
Sfide e stereotipi di genere: prendere coscienza per trasformare
Entrare nel mondo dell’informatica negli anni Novanta, da donna, significava muoversi in un territorio quasi interamente occupato da uomini. Majidi lo fa, e per un certo periodo lo fa quasi senza accorgersi della disparità. «Mi rendevo conto di essere l’unica donna in tutte le riunioni, ma non mi pesava ancora». Una fase di relativa inconsapevolezza che non è ingenuità, ma concentrazione totale sul lavoro, sulla costruzione, sul fare.
La consapevolezza arriva dopo, con il peso dell’esperienza e, soprattutto, con la maternità. È in quel momento che il divario si fa più visibile, più tangibile, più difficile da ignorare. E qui Majidi fa una scelta che la distingue da chi si ferma alla denuncia: trasforma la presa di coscienza in azione strutturata. Non una lamentela e neanche una battaglia personale condotta per orgoglio ferito. È invece un lavoro sistematico per costruire alternative concrete.
Nascono così iniziative come Donne 4.0 e AIxGirls, progettate per evitare che le donne restino ai margini della rivoluzione tecnologica nel momento in cui quest’ultima sta ridisegnando le regole del gioco globale. Il rischio è enorme e Majidi lo dice senza giri di parole: «Se noi donne rimaniamo solo fruitrici ne pagheremo le conseguenze». Non è un monito catastrofista, è un’analisi lucida di cosa succede quando una metà della popolazione viene esclusa dai tavoli in cui si prendono le decisioni che cambiano il mondo.
L’intelligenza artificiale non è neutra, riflette chi la costruisce, chi la addestra, chi la disegna. Se quelle persone sono tutte uguali, i bias si moltiplicano, si solidificano, diventano infrastruttura.
Darya Majidi e Corrado Tomassini… backstage mostra “Donne e motori? Gioie e basta”
Darya Majidi
Valori e visione personale: tecnologia come atto etico
Quello che rende Darya Majidi una figura davvero insolita nel panorama dell’innovazione tecnologica non è solo la profondità delle sue competenze, anche se queste sono fuori discussione. È la qualità della sua visione del mondo. Per lei la tecnologia non è mai un fine, è sempre uno strumento, e come ogni strumento assume il valore di chi lo usa e degli scopi per cui viene costruito. Da qui deriva un approccio che oltre ad essere squisitamente tecnico, è anche etico, politico, profondamente umano.
Viene descritta come una “pioniera e visionaria dell’Information Technology” e chi ha avuto modo di seguire il suo lavoro nel tempo capisce che questa definizione non è retorica. Anticipare i cambiamenti, immaginare applicazioni prima che le infrastrutture siano pronte ad accoglierle, costruire ponti tra mondi che sembrano distanti: tutto questo richiede una forma di intelligenza che va ben oltre il calcolo. Richiede empatia, richiede la capacità di capire cosa serve davvero alle persone, cosa le include o le esclude, cosa le abilita o le schiaccia.
C’è una frase di Darya che funziona quasi come manifesto: «Agitarsi non è agire». Quattro parole che racchiudono una filosofia intera. In un’epoca in cui l’attivismo spesso si esaurisce nel gesto comunicativo, nel post, nella firma di una petizione, lei riporta la questione al centro: ciò che conta è l’impatto reale. Non basta fare, bisogna incidere. Non basta essere presenti, bisogna trasformare.
Questa disciplina del risultato, unita a una visione che non perde mai di vista le persone concrete, è probabilmente il tratto più distintivo del suo modo di lavorare e che l’ha condotta, anche, a ideare i progetti AIxGirls e AIxALL per promuovere inclusione, empowerment femminile e cultura dell’Intelligenza Artificiale. AIxGirls è il campus gratuito che proprio in questo periodo consente alle ragazze di IV superiore di inviare le proprie candidature di partecipazione, mentre AIxALL rende l’AI accessibile a tutti, con percorsi dedicati anche alle donne attraverso AIxHER.
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Momenti di svolta e resilienza: anticipare il futuro senza fretta di dimostrarlo
Il percorso imprenditoriale di Darya è segnato da una caratteristica precisa, ossia la capacità di arrivare prima. Non per fortuna, ma per visione. Già negli anni Novanta, quando l’intelligenza artificiale era ancora ai margini del dibattito mainstream, sviluppa uno spin off pionieristico sull’AI applicata alla neurologia. Uno di quegli ambiti che oggi, con l’esplosione dei modelli di linguaggio e delle applicazioni mediche dell’IA, è diventato centrali nel dibattito globale. All’epoca sembrava quasi visionario nel senso di avventato. Con il senno di poi, si rivela semplicemente anticipatorio.
Questa capacità si consolida negli anni attraverso la costruzione di realtà come Daxo Group e Daxolab, incubatori di innovazione che non lavorano solo su prodotti ma su ecosistemi, su contesti in cui l’innovazione può davvero crescere e atterrare nel reale. Una traiettoria che tocca impresa, accademia e istituzioni, che non segue una linea retta ma risponde alle trasformazioni del contesto con intelligenza adattiva. Non ostinazione cieca, ma orientamento chiaro con flessibilità tattica.
Il riconoscimento internazionale arriva da più direzioni, tra cui Fortune, che la inserisce tra le donne più influenti. Ma dietro questo tipo di autorevolezza, che non si costruisce in un giorno e che non si mantiene senza sostanza, c’è qualcosa che Majidi stessa indica come decisivo: il padre. «Io devo la self confidence a mio papà… ‘tu vali e nessuno si può permettere di trattarti male‘». Un passaggio che vale la pena fermarsi a leggere con attenzione.
In quelle parole c’è una lezione enorme su cosa significa educare all’autodeterminazione. Non proteggere dai fallimenti, non rimuovere gli ostacoli, ma fornire a una bambina la struttura interiore per affrontarli. La fiducia in sé stessa che Majidi porta in ogni contesto professionale non è un dato di carattere innato: è il frutto di anni in cui un padre ha scelto, giorno dopo giorno, di trasmettere a sua figlia il messaggio che il suo valore era reale, incontestabile, indipendente dal giudizio altrui.
Questa certezza di fondo, che non ha nulla a che fare con l’arroganza e tutto con la solidità, diventa la condizione di possibilità di ogni scelta coraggiosa. Cambia professione, affronta ambienti ostili, costruisce cose nuove: tutto questo richiede di non dover ogni volta ricostruire da zero la propria legittimità. E quella legittimità, Darya ce l’ha. Gliel’ha data suo padre.
È un dato che invita a riflettere su quanto il destino professionale e personale di una donna dipenda, ancora oggi, da quanto le persone intorno a lei abbiano creduto nel suo valore prima ancora che lei stessa potesse dimostrarlo. Non come formula magica, ma come fondamento su cui costruire tutto il resto.
HeForShe: “Coniunge et cresce”, unisci e fai crescere
I romani dicevano “Dividi et impera”, ma lei la storia di Roma prima l’ha studiata dal punto di vista dei persiani e poi, in Italia, da quello dei romani; forse, proprio per questa visione plurale, la sua è una leadership che non divide ma connette.
Nel suo ruolo di Presidente di UN Women Italy, Darya Majidi porta questi concetti su un piano ancora più ampio. Il suo impegno nell’iniziativa HeForShe incarna perfettamente il suo modo di intendere il cambiamento, ossia come trasformazione culturale condivisa, non contrapposizione, e chiamando in causa l’intera società.
La parità di genere, nella sua lettura, così come nella nostra, non è un obiettivo per le donne, ma un guadagno per tutti. Un sistema che perde le competenze, l’intelligenza e la creatività di metà della sua popolazione è un sistema che funziona male, indipendentemente da ogni considerazione etica. E un’intelligenza artificiale costruita senza includere le prospettive femminili è un’intelligenza artificiale parziale, quindi limitata, quindi potenzialmente dannosa.
C’è poi una dimensione più personale nel suo sguardo globale. Il legame con l’Iran, paese in cui è nata e da cui la famiglia è fuggita, rimane vivo e carico di senso. Guardando alle donne iraniane che oggi resistono, Darya dice che «ci stanno dando una lezione incredibile di coraggio». Non è retorica, è riconoscimento sincero. In quelle donne c’è qualcosa di familiare, una radice comune che attraversa la distanza geografica e temporale.
Darya Majidi è, oggi, una delle voci più autorevoli nel dibattito globale su tecnologia, diritti e futuro. Una figura che riesce a fare ciò che in pochi riescono davvero: parlare a platee diverse, in contesti diversi, senza perdere coerenza né profondità. Che si trovi a discutere di algoritmi o di empowerment femminile, di neurologia computazionale o di leadership inclusiva, il filo è sempre lo stesso: la tecnologia deve servire l’umanità, non il contrario. E l’umanità, per lei, è sempre concreta, sempre fatta di persone reali con diritti reali e possibilità reali. Questo è il senso del suo lavoro. Questa è la sua misura.
Darya Majidi e Corrado Tomassini: foto backstage mostra “Donne & motori? Gioie e basta”
Corrado Tomassini: dalla passione per l’archeologia alla costruzione di una leadership inclusiva
UN Women Italy Board Member–HeForShe Chapter Italy
L’incontro: una carriera nata per caso, costruita per scelta
Corrado Tomassini non ha mai seguito una mappa prestabilita. Laureato in Lettere classiche alla Cattolica con indirizzo archeologico, poi specializzato in Archeologia subacquea in Inghilterra, immaginava per sé un futuro tra scavi e cattedre universitarie. Poi arriva qualcosa di inatteso: la campagna elettorale milanese di Gabriele Albertini. Un salto nel vuoto accolto con genuina curiosità. Da quell’esperienza prende forma una carriera nella comunicazione corporate e nelle relazioni istituzionali che lo conduce, nel tempo, fino alla vicepresidenza di Havas PR.
«Non ho mai avuto in testa ‘nella vita voglio fare questo’. Ho sempre preso le opportunità come capitavano». Questa capacità di trovarsi nell’incertezza e domarla senza irrigidirsi, trasformando ogni deviazione in una direzione possibile, da parte del suo carattere, tanto che anche il distacco dall’università viene inizialmente vissuto «un po’ come un lutto», ma si rivelerà poi decisivo, non solo sul piano professionale.
La riflessione: persone, talenti e il nodo irrisolto della parità
Oltre vent’anni tra consulenza, public affairs e comunicazione strategica lasciano una traccia precisa nel modo in cui Corrado pensa al lavoro: al centro ci sono sempre le persone, mai i ruoli. La leadership, nel suo racconto, si crea sulla capacità di costruire connessioni e valorizzare differenze. «In un team la diversità è una grandissima ricchezza», afferma ed è il riflesso di ciò che ha visto funzionare concretamente, lavorando con aziende internazionali e grandi realtà del settore farmaceutico.
Da quel punto di osservazione privilegiato ha potuto misurare quanto il sistema italiano resti indietro rispetto alla parità di genere. Non è, per lui, una questione astratta di rappresentanza, quanto, piuttosto, un problema di partecipazione reale. «Una donna su due ha lavoro, mentre all’estero sono intorno al 70% circa. Questo è un’esclusione dal tessuto produttivo».
Le imprese, secondo Tomassini, hanno la possibilità di fare da leva, ma solo quando l’inclusione diventa scelta strutturale, non operazione di facciata. Nella sua esperienza, lavorare con figure femminili in ruoli apicali è sempre stata la condizione normale. Il fatto che altrove continui a essere l’eccezione lo considera, ancora oggi, un ritardo culturale difficile da giustificare.
Corrado Tomassini
Dal pensare al fare: un’agenzia, un impegno, una misura concreta del cambiamento
Ad un certo punto della vita, arriva il momento in cui le convinzioni si misurano davvero: quando si tratta di scegliere. Per Corrado quel momento arriva con la decisione di lasciare un ruolo stabile e autonomo in Pfizer per investire in un progetto imprenditoriale tutto da costruire. Dal 2003, da un team di sei persone, Havas PR Italia cresce fino a ottantasette collaboratori. «Questa è la cosa di cui sono più orgoglioso», dice, e si capisce che l’orgoglio non riguarda la dimensione aziendale in sé, ma il fatto di aver creato contesti in cui altri hanno potuto crescere.
Il suo approccio alla leadership porta con sé una costante: capire le persone prima di gestirle. «Tento sempre di capire la persona con cui ho una relazione, che valore abbia e come possa essere aumentato». Visione strategica ed empatia, nel suo racconto, non sono qualità alternative ma complementari, quasi inseparabili. Lo stesso principio guida il suo avvicinamento a UN Women Italy, nato da un incontro personale con Darya Majidi, oggi Presidente dell’organizzazione. Da lì il contributo alla nascita e al consolidamento del capitolo italiano, impegnato nella gender equality e nella costruzione di HeForShe in Italia.
HeForShe, il motore dell’alleanza
Il filo che attraversa tutto il pensiero di Tomassini porta a un punto preciso: il cambiamento culturale sulla parità non può essere una questione delegata alle sole donne. «Il mondo diventa migliore per tutti, anche per noi uomini, se condividiamo posizioni e diritti con le donne». Non è uno slogan, è una convinzione maturata anche dentro la propria vita, quando ha scelto di assumere un ruolo centrale nella cura dei figli. «Si è creato un legame che altrimenti non ci si sarebbe stato».
È probabilmente questa combinazione di autenticità e disponibilità a mettersi in gioco che lo ha reso un partner credibile per il progetto HeForShe: non un sostenitore istituzionale, ma qualcuno capace di interrogarsi sul proprio ruolo senza difese. Nel suo racconto non compare mai la retorica del salvatore, ma la consapevolezza concreta di chi sa che certi stereotipi riguardano anche gli uomini, a partire dal modello dell’uomo duro che non cede mai. Superarlo, per Tomassini, significa saper ascoltare davvero, costruire alleanze più solide e mettere il proprio peso professionale al servizio di qualcosa di più ampio.
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La mostra “Donne e Motori? Gioie e basta” è stata ideata per essere itinerante e per questo, come nelle precedenti edizioni, gli scatti sono stati stampati in due copie su supporti ultraleggeri e le copie sono pronte a essere esposte nei palazzi istituzionali, nei luoghi di lavoro, nelle scuole e nelle biblioteche.
In questo link si trovano tutte le informazioni utili ed è possibile vedere i luoghi in cui la mostra è stata ospitata. Se qualche location è stata d’ispirazione e volete ospitare la mostra, potete contattarci alla mail info@museofratellicozzi.com.
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